martedì 6 settembre 2016

Intervista al giovane maestro Gaetano Signorelli

Il giovane catanese Gaetano Signorelli classe 97' dopo uno strepitoso terzo posto nei campionati italiani U20 nel mese di luglio ha ottenuto il titolo di Maestro. Ci ha gentilmente concesso un intervista e ha risposto alle 10 domande più votate da parte dei lettori di ChessLogger su Facebook
Gaetano Signorelli 

1) Quante ore dedichi allo studio degli scacchi?

In media dedico circa due ore della mia giornata allo studio degli scacchi.

2) Per uno scacchista moderno pensi che il computer sia un elemento essenziale?

Sicuramente, per uno scacchista moderno, il computer non può che essere un aiuto prezioso, se usato nella maniera corretta; ma considerarlo “essenziale” sarebbe un errore. Ci sono svariati modi di sfruttare il computer per migliorare il proprio livello di gioco, ma è possibile farlo anche senza il suo aiuto (spesso anche meglio). In entrambi i casi è tuttavia necessario impegnarsi attivamente col proprio cervello: bisogna sempre ricordare che gli strumenti che un computer offre non sono in grado di potenziare magicamente le abilità scacchistiche di un giocatore (per fare un esempio, non basta guardare una variante dal libro delle aperture di Fritz per poter dire di averla appresa). A questo proposito, mi viene spontaneo pensare a tutti quei giocatori che, al termine di una partita (generalmente persa), la fanno subito analizzare da un motore di scacchi in cerca degli errori. Questo, a mio avviso, è uno degli sbagli più diffusi, paragonabile a quello di una persona che vuole diventare abile nel fare i conti ma si affida sempre e solo alla propria calcolatrice.

3) Hai dei libri da consigliare?

Nel corso degli anni, ho avuto modo di comprare, leggere e studiare svariati libri e questo mi ha permesso di capire una cosa: ogni libro ha qualcosa da insegnare. Per questo motivo la mia opinione è che in realtà qualunque libro (o quasi) vale la pena di essere letto e studiato. Inoltre, molto dipende dalla necessità personale: chi desidera creare un repertorio di aperture affidabile dovrà certamente comprare diversi libri, uno per ogni apertura scelta (come risulta chiaro, la scelta è assolutamente personale e sarebbe impossibile consigliare un libro senza prima conoscere lo stile del giocatore in questione); chi pensa di essere un giocatore d’attacco probabilmente trarrà più giovamento da un libro che tratta di sacrifici rispetto ad un giocatore più posizionale, che invece potrebbe apprezzare maggiormente un libro di strategia.
Escludendo le aperture (in cui la scelta è personale) e il mediogioco (in cui, tra tattica e strategia, in base al proprio livello di gioco, esistono centinaia di libri molto utili), l’unico libro che mi sento realmente di consigliare è “Il manuale dei finali” di Mark Dvoretsky.

4) Associ una preparazione fisica (atletica) alla preparazione mentale?

La mente e il corpo sono due cose strettamente connesse: stare bene fisicamente aiuta sensibilmente a stare bene anche mentalmente. Tuttavia, anche se faccio regolarmente attività fisica, non posso assolutamente dire che questa faccia parte di un allenamento supplementare a quello scacchistico vero e proprio, con lo scopo di ottenere risultati migliori ai tornei. La faccio con un’ottica diversa: mi piace e, soprattutto, la considero salutare.

Terzo al campionato u20 del 2016
5) Come ti prepari prima di un torneo?

Per quanto possa sembrare strano (e forse discutibile per alcuni), prima di un torneo non mi preparo in alcun modo. Per come vedo le cose, la preparazione deve essere costante. Allenandosi e studiando ogni giorno, costantemente, in linea teorica non dovrebbe essere necessario ripassare varianti del proprio repertorio, esercitarsi nella tattica, cercare nuove idee nelle partite dei grandi campioni. In altre parole, dal mio punto di vista, io non mi preparo per un torneo, ma cerco di essere sempre preparato.
L’unico tipo di preparazione in cui credo è quella psicologica, necessaria per raggiungere il giusto stato di rilassamento e concentrazione. Ognuno è diverso sotto questo punto di vista e trova un modo diverso per farlo: c’è chi ascolta la musica, chi pratica Yoga, tecniche di rilassamento muscolare, autoipnosi ecc.

6) Tra apertura, mediogioco e finale, cosa consigli di non trascurare se non si ha tempo per tutte e tre?

Lo studio del mediogioco è probabilmente quello più proficuo, perché consente di sviluppare abilità quali calcolo, capacità di valutazione, comprensione tattica e strategica ecc. Tuttavia è sempre meglio non trascurare nulla, per ciò, a chi ha poco tempo, consiglio di dedicare il 70% del proprio tempo al mediogioco e dividere il restante 30% tra aperture e finali.



7) Pensi che si possa giocare ad alti livelli senza trascurare gli studi?

Sono convinto che, sapendo gestire il proprio tempo, sia perfettamente possibile dedicarsi almeno ad un’altra attività oltre a quella lavorativa (ad alti livelli si può infatti parlare tranquillamente di lavoro). Naturalmente questo può comportare dei sacrifici, ma credo che si possa (e si debba) sia giocare a scacchi che fare altro, come studiare, fare sport o, in generale, dedicarsi ai propri interessi. L’unico reale ostacolo si presenta quando si affrontano così tanti tornei (che assorbono interamente il tempo del giocatore) da non riuscire a fare altro, ma questa diventa una scelta del giocatore.

8) A che età hai iniziato?

Mi sono avvicinato al mondo degli scacchi all’età di 9 anni, grazie ad un corso tenuto nella mia scuola elementare dal Prof. Santo Spina.

9) Quali consigli ti senti di dare a chi è alle prime armi?

A coloro che stanno muovendo ancora i primi passi, consiglio di giocare molto, in modo da accumulare più esperienza possibile e apprendere divertendosi. Consiglio quindi di trovare un posto (generalmente un circolo) dove giocare con un gruppo di persone di livello pari o superiore, così da prendere anche confidenza con l’ambiente, imparare dai più forti e fare amicizia.

10) Hai degli “idoli” negli scacchi?

Apprezzo moltissimo lo stile di gioco di Mikhail Tal. Mi colpisce sempre la genialità e l’originalità delle sue partite, qualità che ormai è raro trovare, anche ai massimi livelli, dove si tende a preferire sempre di più la ricerca della mossa perfetta e logica, piuttosto di quella brillante ed imprevedibile. Per le stesse ragioni ammiro anche Bobby Fischer.

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